Antropocene: ambiguità e significato di un termine controverso

Editoriale di Luca Savarino – Professore associato di Filosofia Morale e Bioetica, Dipartimento di Medicina Traslazionale, Università del Piemonte Orientale, membro del comitato scientifico RSF

La notizia è stata anticipata dal “New York Times” e ripresa con grande rilievo da “Science”: il 20 Marzo scorso, dopo una discussione durata circa quindici anni, l’Unione internazionale di Scienze Geologiche (IUGS) ha confermato che non esistono prove sufficienti per considerare l’antropocene come la più recente tra le epoche geologiche in cui è suddivisa la storia della terra.

Viviamo dunque ancora nell’Olocene? Al di là del discutibile clamore mediatico, il problema merita di essere preso sul serio. Per comprendere il significato di questa “bocciatura” da parte della comunità dei geologi è bene ricordare un’ambiguità intrinseca al termine utilizzato: antropocene è un termine geologico (si oppone a olocene) che non è nato in ambito geologico. La prima formulazione del concetto è avvenuta agli inizi del nuovo millennio nell’ambito delle scienze che si occupano del sistema terrestre (le cosiddette ESS: Earth System Sciences), per indicare un cambiamento complessivo, scientificamente descrivibile, nell’equilibrio del pianeta. Da quel momento, antropocene è diventato un termine molto usato, e talvolta persino abusato, sia all’interno della discussione scientifica e accademica sia all’interno del dibattito pubblico sulle questioni ambientali, per indicare l’epoca in cui gli esseri umani assumono il ruolo di forza capace di trasformare l’intero habitat terrestre con tanta radicalità da intaccarne i meccanismi di funzionamento complessivi.

In realtà, se riteniamo che la definizione “geologica” sia la meno utile tra tutte quelle esistenti (antropocene non indica un’epoca che può essere integrata all’interno della scala del tempo geologico e non è compito dei geologi coglierne i segni e stabilire l’esatta datazione), il problema si ripropone: che tipo di epoca è l’antropocene? Possiamo considerarlo un’epoca storica, nel senso in cui siamo soliti parlare, per esempio, di “età vittoriana”, di “rinascimento” o di “modernità”? Anche in questo caso, si tratta di un problema molto complicato, perché con antropocene si intende piuttosto una cosa intermedia, una specie di epoca storico-geologica che non chiama in causa né la sola storia umana né la sola storia naturale ma un intreccio tra le due. Lo storico indiano Dipesh Chakrabarty ha giustamente fatto notare come anche gli storici materialisti del passato – Marx o Braudel per esempio – pur ritenendo che le condizioni ambientali esercitassero un influsso fondamentale sulle vicende umane, abbiano sempre pensato la natura come qualcosa di stabile, ciclico e ripetitivo e le cui modificazioni sono enormemente più lente delle trasformazioni storico-sociali propriamente dette. Quel che la nozione di antropocene impone oggi di pensare non è tanto il ruolo dell’essere umano come agente biologico, quanto il ruolo dell’umanità come fattore geologico (sebbene il problema riguardi maggiormente la biosfera che non la geosfera: anche in questo caso la terminologia non aiuta) in grado di alterare significativamente gli equilibri della vita sul pianeta.

Antropocene può dunque continuare a essere utilizzato, in ambito scientifico ma anche nel dibattito pubblico, come concetto euristico, per far riferimento a una discontinuità radicale e alle cause di tale discontinuità: l’antropocene è l’epoca di una crisi ambientale globale di origine antropica.

Assumersi la responsabilità di tale cambiamento significa mettere in discussione alcuni schermi di pensiero consolidati. Il più importante tra questi è il venir meno della separazione netta tra natura e cultura e il ripensamento del concetto di responsabilità. La crisi ambientale dimostra che non possiamo più pensare l’uomo come un soggetto attivo che ha a che fare con una natura inerte. L’impatto dell’azione umana sul pianeta, al contrario, libera forze naturali che reagiscono all’azione dell’uomo mettendo in pericolo le sue acquisizioni. L’antropocene è l’epoca in cui l’uomo guadagna potenza ma perde controllo: al culmine del suo sviluppo tecnologico, l’umanità rischia di ritrovarsi in una situazione antica, in cui l’obiettivo primario non può più essere quello di proteggere la natura, ma deve diventare quello di placarla. Prendere sul serio l’antropocene, insomma, significa comprendere che non è più sufficiente salvaguardare un equilibrio esistente, ma occorre ripristinare un equilibrio perduto: al concetto tradizionale di sostenibilità occorre affiancare quello di rigenerazione.

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