Rigenerazione e conservazione: un’intervista con Kris Murray

Autore: Kris Murray, membro del Comitato Scientifico RSF, Professore associato (ambiente e salute) e ricercatore del Consiglio di Ricerca Medica (MRC), London School of Hygiene and Tropical Medicine, Fajara – Gambia (Scuola di igiene e medicina tropicale)

  • Come definirebbe la rigenerazione e quali sono alcuni aspetti chiave di questo concetto?

La rigenerazione è un concetto con un ricco background, soprattutto nei miei campi di specializzazione, ovvero l’ecologia e la conservazione. Esiste già molta letteratura su questo argomento, poiché la rigenerazione e la conservazione sono interconnessi (la rigenerazione è un aspetto della conservazione). Mentre la conservazione include la protezione e il mantenimento di ciò che esiste già, la rigenerazione si focalizza più nello specifico sul ripristino di ciò che è stato perduto, e questo spesso implica intervenire in maniera proattiva sull’ambiente. In questi ambiti “rigenerare” significa riportare un ecosistema o una popolazione alla sua origine biologica o al suo stato pre-degrado. Spesso si pensa che uno stato “naturale” abbia una maggiore capacità di rinnovarsi e di riprendersi dalle sfide, dai danni, dalle alterazioni (maggiore resilienza) e quindi di essere più autosufficiente.

Molti dei progetti di RSF sembrano focalizzarsi su un aspetto specifico, ovvero la rigenerazione delle risorse naturali e il ripristino del valore ecologico di una determinata zona. Centrale è l’utilizzo e la gestione del suolo, ovvero la definizione della finalità e della funzione di un lotto di terreno o di una certa quantità di acqua, o del suo potenziale ruolo. Ciò potrebbe essere più chiaramente legato a concetti come intensificazione agricola sostenibile, cioè trasformare i sistemi agricoli perché siano più in sintonia e proteggano in modo esplicito i servizi e le funzioni ecosistemici dai quali dipendono e, allo stesso tempo, mantengano o addirittura aumentino la produzione agricola. Si tratta di un equilibrio difficile da trovare, percepito da molti come una contraddizione. Per me il punto fondamentale è capire la soglia oltre la quale le attività diventano davvero sostenibili e ciò richiede una definizione molto precisa di sostenibilità in termini di conservazione o rigenerazione dei valori ambientali, insieme al mantenimento o raggiungimento dei valori sociali.

Chiaramente non tutti i progetti dei founder sono collegati direttamente a servizi ecosistemici, ma ciò che li accomuna è l’obiettivo di minimizzare l’impatto. Le aziende che estraggono risorse naturali dovrebbero conoscere il loro impatto su qualcosa che, alla fine, è un bene comune.

  • Che ruolo hanno le persone nella gestione della rigenerazione e questo come influenza la sostenibilità nel lungo periodo?

Le persone hanno un ruolo cruciale nel gestire gli sforzi rigenerativi. Non possiamo permetterci un approccio totalmente non interventista; è nostro compito aiutare a definire cos’è uno stato ripristinato, qual è lo scopo e come si inserisce in una visione ben definita di “sostenibilità” o “rigenerazione”. Gli ecosistemi hanno punti di equilibrio naturali, ma se un equilibrio si perde, se ne trova un altro. È un passaggio da tenere in considerazione se si vuole ripristinare un ecosistema al suo stato originario. Nel mondo della conservazione spesso si parla di “integrità ecologica”, per riferirsi al mantenimento dello stato originario. Tuttavia, in alcuni casi, potrebbe non aver senso cercare di tornare esattamente alle condizioni originarie, anzi, stabilirle come obiettivo potrebbe essere una distrazione o qualcosa di irrealizzabile.

Un buon esempio è un progetto in Gambia sulle comunità forestali. Il Dipartimento Forestale assegna la responsabilità della gestione e della tutela di una parte di foresta a una comunità locale per un tempo indeterminato e, in cambio, la comunità garantisce l’accesso a una parte o a tutte le risorse prodotte dalla foresta. A volte ciò implica l’introduzione di alcune specie, come api impollinatrici o alcuni tipi di piante o alberi di alto valore, anche se non erano originariamente parte dell’ecosistema. L’idea è che questo modello è più sostenibile (e forse più conveniente) nel lungo termine perché bilancia i bisogni delle comunità e dell’ambiente in cui vivono, rendendo uno il custode dell’altro. Rendere le foreste più “utili” per la comunità aumenta le motivazioni per prendersene cura nel lungo periodo, quindi migliora la durata degli sforzi di ripristino/protezione e le possibilità di gestire le foreste in modo autosufficiente. Il coinvolgimento diretto delle persone nella gestione della terra e il riconoscimento del suo valore rafforza la sostenibilità a lungo termine del progetto. Pertanto, a volte, rigenerare non significa ripristinare esattamente gli ecosistemi al loro stato originale ma potrebbe comunque essere un risultato migliore di un altro (ad esempio la perdita o il degrado completo).

  • Come conciliare la prospettiva conservazionista di riduzione del danno e la prospettiva rigenerativa di trasformazione dell’ambiente per rigenerarlo?

Forse a causa del mio background in ecologia e del mio interesse per la natura e la biodiversità, mi sono focalizzato per molto tempo sull’idea di prevenire la perdita degli ecosistemi, mantenerli intatti e minimizzare il danno. Per me questo aveva la priorità assoluta. Ma ora che lavoro più nel campo della salute, vedo queste tematiche in maniera più pragmatica. A volte è preferibile un approccio incrementale che offre la possibilità di ottenere vittorie rapide ed essenzialmente massimizzare gli obiettivi di facile portata. Dato che molti habitat sono completamente e totalmente degradati, anche semplici interventi che possono dare il via al ripristino di un terreno da un punto di vista ecologico hanno alcuni meriti e sono sicuramente più realizzabili che partire con una visione di ripristino completo.

Le soluzioni basate sulla natura (nature-based solutions), ad esempio, non sempre mirano a riportare un ecosistema al suo antico stato di gloria. Possono invece concentrarsi sulla fornitura di co-benefici accanto all’ambizione principale di mitigare i cambiamenti climatici/ridurre le emissioni di gas serra, come sostenere la biodiversità e offrire benefici sociali, economici o sulla salute. Non si tratta sempre di riportare gli ecosistemi alle loro condizioni originali, ma piuttosto di creare sistemi resilienti che possano servire a più scopi meglio di un’alternativa.

  • Un’altra grande questione nell’ambito della rigenerazione è quella di misurare l’impatto dei progetti e delle attività e di evitare le insidie.

La questione della misurazione della rigenerazione (e dell’impatto degli interventi più in generale) rimane centrale; ci vogliono molte riflessioni e risorse per tracciare qualsiasi cambiamento nel mondo naturale e avere una solida comprensione degli impatti attribuibili a un progetto. Per esempio, ho lavorato come consulente per il settore delle risorse naturali in Australia, e ci sono naturalmente molte norme che regolano ciò che un’azienda può o non può fare in relazione alle sue attività con potenziali impatti sull’ambiente. Possono esistere, ad esempio, zone di interdizione necessarie per proteggere alcune specie, possono esistere norme che prevedono il ritorno dell’ambiente allo stato originario attraverso alcune opere di ripristino dopo il completamento delle attività dell’azienda, oppure le aziende possono essere autorizzate a “compensare” alcuni impatti accettando di proteggere o ripristinare altri ambienti “equivalenti”. Tuttavia, dobbiamo stare attenti a ottenere ciò che ci aspettiamo o che ci è stato promesso in termini di benefici dichiarati. Lo stato della letteratura sulla compensazione, ad esempio, mostra una certa mancanza di rigore nell’assicurare che gli impatti causati siano realmente compensati e siano equivalenti al danno specifico causato, e quindi c’è spazio per l’abuso di questi strumenti. In ultima analisi, spetta a un ente regolatore, a un finanziatore o forse a un’azienda auto-motivata accettare e convalidare un metodo scelto per la conservazione, la rigenerazione o la sostenibilità secondo una metodologia solida che produca effettivamente ciò che è previsto o dichiarato.

Spesso, quando gli impatti non possono essere evitati o invertiti, la scienza della conservazione si è orientata verso l’ottimizzazione, cercando di trovare il miglior risultato per un determinato costo. Ciò potrebbe significare confrontare l’approccio potenziale di diversi progetti per vedere come una certa somma di denaro potrebbe essere utilizzata per avere il massimo impatto su più obiettivi o per più parti interessate.

  • Come vede l’intersezione tra il restauro guidato dalla biodiversità e gli obiettivi più ampi di mitigazione dei cambiamenti climatici?

I progetti di ripristino sono spesso guidati da obiettivi di biodiversità o di pulizia di paesaggi contaminati o degradati. Una delle sfide che dobbiamo affrontare è che la mitigazione del cambiamento climatico, cioè l’attenzione alla riduzione delle emissioni di gas serra, può talvolta entrare in conflitto con gli sforzi o gli obiettivi della biodiversità.

Un esempio di questo potenziale conflitto si trova in iniziative come REDD (Riduzione delle Emissione da Deforestazione e da Degrado forestale), un programma globale per incentivare la protezione delle riserve di carbonio. I ricercatori hanno notato che, sebbene questo programma potesse portare alla protezione delle foreste, in origine non considerava esplicitamente la biodiversità e altri valori (ad esempio, i mezzi di sussistenza delle comunità). La correzione di questo problema ha portato alla sua estensione, REDD+. Il “più” di REDD+ si riferisce all’inclusione della biodiversità e della conservazione dell’ecosistema (e potenzialmente di altri valori) accanto agli obiettivi di sequestro del carbonio.

Trovare un equilibrio tra queste priorità – ridurre le emissioni da un lato e preservare la biodiversità e promuovere i co-benefici dall’altro – non è facile. Ma è una conversazione necessaria per affrontare sia la crisi climatica che la perdita di biodiversità.

  • Come si fa a bilanciare priorità concorrenti, come nel caso della pesca o di altri progetti ambientali, per raggiungere più obiettivi?

Il processo decisionale con più criteri svolge un ruolo importante nel bilanciare priorità concorrenti. Ad esempio, come possiamo distribuire in modo ottimale le zone di pesca soddisfacendo sia gli obiettivi di cattura (per i mezzi di sussistenza) sia i criteri di conservazione basati sulle aree (per la protezione delle specie)? Esistono molti approcci (ad esempio, la modellazione) che possono essere utilizzati per cercare di minimizzare esplicitamente i compromessi tra obiettivi ecologici, sociali ed economici, consentendo un approccio più equilibrato e identificando il potenziale per un maggior numero di vittorie.

La chiave è trovare soluzioni che non si limitino a dare il meglio in un settore, ma che cerchino di trovare la soluzione per massimizzare i benefici totali disponibili, anche se settori specifici non sono strettamente massimizzati. Nell’esempio della pesca, potrebbe trattarsi di garantire la sostenibilità e la vitalità a lungo termine degli stock ittici, proteggendo al contempo gli ecosistemi e soddisfacendo le esigenze delle comunità locali (ad esempio, i posti di lavoro) che dipendono da queste risorse. Questo tipo di approccio può indicarci la giusta direzione ed è qualcosa a cui possiamo aspirare quando consideriamo i progetti di ripristino e rigenerazione: soluzioni che mirano a risultati vantaggiosi per tutti piuttosto che compromettere un obiettivo (ad esempio, la salvaguardia della biodiversità) a vantaggio di un altro (ad esempio, i profitti economici a breve termine o di una singola entità).

  • Che ruolo ha la valutazione dei servizi ecosistemici negli sforzi di ripristino e come influisce la riduzione della biodiversità su questi servizi?

La valutazione dei beni e dei servizi ecosistemici può essere utile per cercare di comprendere gli effetti più ampi di alcuni impatti ambientali, come la deforestazione o la perdita di biodiversità. Nel corso degli anni, sono stati compiuti diversi sforzi per cercare di quantificare il valore economico dei servizi ecosistemici in modo più specifico e quantitativo – che si tratti del sequestro del carbonio, della purificazione dell’acqua o della prevenzione dell’erosione del suolo. Queste valutazioni richiedono buoni dati e metodi rigorosi per essere stimate e possono aiutare a guidare il processo decisionale rendendo più trasparenti o espliciti i costi e i benefici di alcuni interventi/impatti, il che potrebbe consentire di rendere più evidenti o almeno meglio considerati i compromessi tra i settori.

Tuttavia, la contabilità del capitale naturale (un altro termine utilizzato per indicare la valutazione dei beni e dei servizi ecosistemici) può perdere informazioni importanti, soprattutto quando la conoscenza di alcuni processi o interdipendenze in natura è scarsa o l’incertezza è elevata. Ad esempio, quando si riduce la biodiversità, a volte si verificano conseguenze indesiderate che non possono essere facilmente previste o valutate. In alcuni casi, si possono osservare anche anelli di retroazione, in cui causa ed effetto diventano difficili da distinguere. Un esempio è l’apparente legame tra deforestazione e malattie infettive. Per esempio, in alcune zone del Sudamerica, l’abbattimento delle foreste per l’agricoltura può creare condizioni più favorevoli alla trasmissione della malaria, aggravando così i problemi di salute pubblica. Ciò aggiunge fattori di stress e costi alla vita e ai mezzi di sussistenza delle persone, incoraggiando così un’ulteriore deforestazione. È un’illustrazione efficace di come la perdita di biodiversità possa innescare una reazione a catena, con ripercussioni non solo sugli ecosistemi, ma anche sulla salute umana e sui mezzi di sussistenza.health and livelihoods. 

Siamo ancora lontani dal comprendere appieno la portata di questi rischi, ma alcuni studi stanno iniziando a cercare di quantificare il potenziale della perdita di biodiversità nell’aumentare il rischio di infezioni emergenti o addirittura di pandemie. Gli hotspot di biodiversità, che hanno un immenso valore di conservazione, agiscono anche come serbatoi di rischi futuri, sia in termini di salute pubblica che di degrado ambientale. Sebbene ci siano stati Rigenerazione e conservazione: intervista a Kris Murray.docx

sforzi per quantificare questi rischi, è solo la punta dell’iceberg di ciò che serve per comprendere veramente i meccanismi e le implicazioni a lungo termine degli interventi di degrado e ripristino del paesaggio in questi contesti.

Fortunatamente, non è sempre necessario avere una comprensione completa per sapere se qualcosa è una buona o una cattiva idea. Nel caso della deforestazione, anche se per alcune persone potrebbe essere particolarmente motivante agire in modo diverso se capissero che potrebbe esserci un legame con la diffusione di malattie o il rischio di pandemie, esiste una vasta gamma di ragioni molto meglio documentate per proteggere le foreste che vanno ben oltre la visione antropocentrica del potenziale danno alla salute umana.

Photo credits: Yu Wang